Fascismi, archivi, persone

Chi un poco mi conosce sa che non sono affatto facile alle grida sul “pericolo fascismo”, e che anzi le ho pressoché sempre, sistematicamente derise. E chi mi conosce un po’ di più, sa persino che il mio ideale politico, il mio sogno segreto di società utopica, sarebbe un corporativismo mutualistico e municipalista fondato sul lavoro, di piccola estensione territoriale e dal numero di abitanti estremamente limitato. Fatte salve queste premesse, non vivendo in un ideale utopico, né in tempi che possano permettere di pensarlo realizzabile, di fronte ad alcune interessanti provocazioni intercettate qua e là, sento il bisogno di ordinare un poco le idee e ribadire perché – nell’attuale situazione storica e sociale – continuo a preferire l’attuale giungla a qualsivoglia assetto sociale fondato sul controllo di uno stato garante e redistributore.

Di fronte al crollo ormai centenario della civiltà occidentale – un crollo che pur con tutte le tragedie del secolo breve è più simile a un lungo lamento che non a un’esplosione, tanto che ancora è di là dal completarsi – ecco, di fronte a questo crollo io posso capire l’aspirazione all’ordine e alla pacificazione che tante menti brillanti sono tentate di desiderare. E posso capire che, di fronte allo sgretolamento e al tradimento dei corpi intermedi in cui l’uomo è sempre stato abituato a esperire la propria natura e la propria avventura terrena, queste menti brillanti possano vedere nello stato un ente terzo, neutrale e – se non buono – almeno idealmente non maligno.

La storia però ci insegna che non è così. Il Novecento ci insegna che non è così, ma che al contrario qualunque apparato statale che assegni a se stesso il compito di “prendersi cura” dei suoi cittadini è destinato a fagocitarne libertà, estro creativo e impeto vitale. A trattare i cittadini come cellule di un organismo e a intervenire pesantemente contro quelle cellule che siano sentite come tumorali e perciò minanti l’integrità di tale organismo.

La retorica gonfia delle giornate della memoria, e delle speculari e specularmente ideologiche giornate del ricordo, la retorica gonfia di questo occidente puritano che non sa più dire né chiedersi perché una cosa sia giusta o sbagliata, ci ha talmente annoiato – giustamente – che, fatti salvi gli isterismi sul fascismo sempre ritornante sentiti negli scorsi anni, nessuno ha più voglia di ascoltare e di immaginare, cioè di farsi un’immagine di che cosa sia un totalitarismo e di quanto leda la dignità umana.

Io, forte del mio nichilismo sotterraneo per cui in fondo tante volte tutto vale tutto, sarei uguale, se per grazia e per destino non facessi di mestiere l’archivista storico: se non fossi cioè costantemente a contatto con documenti che parlano di persone, di gesti, di discussioni e di decisioni prese. Di storia fatta da uomini e donne che vivono, tentano, agiscono, riescono, sbagliano.

In questa storia professionale di grazia e di destino, un paio di anni fa mi toccò revisionare il fondo archivistico del Gabinetto della Prefettura di Milano relativo agli anni tra il 1901 e il 1938. Ecco, adesso – guarda caso – gli archivi sono chiusi, perché ritenuti “non necessari” e “differibili” il loro utilizzo e la loro consultazione. Ma io suggerisco di andare a visitarli, non appena si potrà, di prendersi una mezza giornata e andare a curiosare in questo tipo di fondi, di andare a leggere gli appunti della Prefettura in cui sono segnalate tutte le informazioni sul signor Tizio Caio, le voci dei vicini, le persone che frequentava… Suggerisco di andarli a vedere, gli elenchi di indirizzi postali da controllare perché potenzialmente sovversivi, di andare a vedere le suppliche dei confinati perché non sia rinnovata la condanna, o perché almeno si dia un sussidio alla moglie rimasta a casa con i bambini. Di andare a vedere che cos’è la vita di persone comuni, né eroi dei lager, né rivoluzionari antiregime, costantemente umiliati dal dover chiedere permesso per qualsiasi cosa, dal dover sottostare all’arbitrio di un diritto incerto, personalistico, e ad locum.

La storia, come la cronaca, non si fa con le statistiche e non si fa con i numeri. Si fa con gli aneddoti e con gli avvenimenti. Si fa andando a ricostruire chi e che cosa c’è dietro un fatto, andando a cercare la persona, le persone che hanno vissuto, lottato, amato e sbagliato. Secondo alcune stime, da quando l’uomo è sapiens, sono passati sulla Terra circa 108 miliardi di suoi simili. Sono 108 miliardi di anime che hanno tentato l’avventura della vita: alcune sconfitte e salve, altre dannate, chi vincente in questo mondo, chi sconfitto con la faccia nel fango e le viscere sparse in un oscuro teatro di guerra. Sono 108 miliardi di vite, preziose perché potevano non esserci, e che sono ontologicamente libere e responsabili.

Nessuno stato può arrogarsi il compito di salvarle. Nessuno stato può arrogarsi il diritto di coartarle.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Un pensiero riguardo “Fascismi, archivi, persone

  1. Grazie Daniele e mille auguri!!!
    Nonché buon lavoro..
    XX
    Paola

    Inviato da iPhone

    "Mi piace"

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