Di Agamben, d’ignoranza e di saccenza

Come è noto a moltissimi, la voce di Agamben si è distinta fin dall’inizio dell’epidemia di Covid 19 come una voce disturbante, se nel senso nobile o deteriore del termine non mi interessa qui sostenerlo. Valga in tal senso, per chi proprio non possa fare a meno di un mio giudizio in merito, che non condivido alcune delle cose che sostiene e in alcuni casi nemmeno come le sostiene, ma che al netto di ciò, sento senz’altro una parentela intima tra la mia posizione e la sua.
Mi interessa tornarci oggi perché, di fronte alla pubblicazione di un suo nuovo intervento, una poesia all’apparenza sempliciotta e lineare, torme di ragionatori razionalisti e odiatori dell’intelletto hanno colto l’occasione di irriderlo una volta di più, credendo di segnare un facile punto a proprio favore.
Sbagliato.
Perché qualunque cosa vogliate pensare delle sue tesi (e francamente non è mai stato fra i miei pensatori preferiti), stiamo parlando di Giorgio Agamben, cioè di un filosofo ed esteta che fu tra i prediletti – anche sul piano umano – di Giorgio Caproni. Di uno, cioè, dei quattro poeti-cardine del secondo Novecento italiano, del quale – tanto per dire – Agamben curò nel 1991 l’edizione di Res Amissa, il libro che Caproni lasciò incompiuto alla sua morte.
Ciò per dire che quando si vuole criticare il pensiero di qualcuno che ha una storia alle spalle, bisognerebbe avere l’umiltà di assicurarsi di aver inteso il linguaggio con il quale costui si sta esprimendo. Nel caso in specie, Agamben fa una chiara allusione (chiara a chi non l’ignora, certo) alla poesia Le programme en quelques siècles di Armand Robin, scritta nel 1945 e pubblicata l’anno seguente. Solo dal confronto tra le parole di Agamben e la poesia e la biografia di Robin – solo cogliendo e vagliando l’allusione, insomma – si potrà esprimere un giudizio sull’operazione estetico-intellettuale messa in atto dal filosofo, prima ancora che sul suo significato.
È uno di quei casi, insomma in cui l’allusione di un autore a un altro autore, a un altro testo e alle condizioni storiche in cui autore e testo sono vissuti ampliano e verticalizzano l’opera. Si chiama allegoria – in questo caso un’allegoria per reinvenzione della tradizione – ed è da sempre la prima voce dell’arte. Certo, per accorgersene e tenerne conto, occorre l’umiltà di riconoscere, con George Steiner, che «la poesia è la forma più rigorosa del pensiero». Occorre riconoscere soprattutto che le parole che usiamo sono preghiere per un’invenzione, un ritrovamento (da in-venio), e non strumenti di potere da adottare o dai quali farsi adottare.
Si tratta di imparare a usare la parola e l’intelletto per domandare, e non per dominare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Un pensiero riguardo “Di Agamben, d’ignoranza e di saccenza

  1. Grazie Daniele
    XX
    P

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