Cospirazioni, carceri e felicità

Noi che siamo scemi e incolti non abbiamo tanti strumenti per capire la realtà che abbiamo intorno. Non conosciamo libri, e se li leggiamo non siamo soliti capirli, peggio che mai se ci accostiamo a un grafico o ad un numero. Ma poiché nella vita esistono faccende per cui forse libri e numeri non sono indispensabili (o forse sì, ma un po’ di presunzione l’ignorante deve averla), ecco, poiché ci sono simili faccende – larghe come l’aria di mattina, quando ancora è buio e c’è profumo, e tu non sai che dire… Ecco, dicevo, visto che ci sono certe cose, ne parliamo, tanto non saremo meno scemi senza farlo.
Mi piace allora entrare nell’amena discussione su che cosa sia successo in questi mesi al vivere comune – ai nostri più intimi rapporti, ai corpi sociali, alla “democrazia”. Mi piace entrarci e chiedermi anch’io se vi sia stato un piano teso a farci fare e subire cose turpi, così, per puro gusto di turpitudine e di vessazione. Per puro gusto di instaurare, così da un giorno all’altro, una tremenda dittatura, un ferreo controllo personale di ogni singolo.
Si alza qui la voce dei pacati moderati ragionevoli, cui prodest? Non hanno torto, questi gendarmi socialisti della ragionevolezza e della responsabilità, non l’hanno affatto. A quale fine i nostri governanti, le élite che si rimpallano governi e ministeri in tutto il mondo fingendo di dibattere nell’agone politico, a quale fine avrebbero dovuto mettere a rischio lo stato di cose in cui da decenni curano indisturbati i propri affari? Che siano subito, trasversalmente, tutti saliti al volo sulla giostra, cercando di indirizzare, forzare, piegare l’emergenza alle proprie agende, sembra evidente. Ma altrettanto evidente, a uno scemo come me, sembra che questo modo di operare rientri nell’ordine naturale delle cose, in quel carattere di adattamento naturale agli avvenimenti per cui nella versione meschina delle cose «l’occasione fa l’uomo ladro», mentre in una versione più nobile «si fa di necessità virtù».
Mi secca un poco dirlo, perché il bene è bene farlo con la mano destra senza che nemmeno la propria sinistra lo sappia, ma siccome serve al ragionamento, allora diciamolo. Da otto anni, giorno più giorno meno, vado nel carcere della mia città a passare un po’ di tempo con chi per colpa, per sbaglio o per destino si trova a doverci sostare, che sia per pochi anni o per una vita intera. Ed ecco, se c’è una cosa che non dopo otto anni ma dopo otto secondi in un posto del genere salta agli occhi, è il fine contenitivo che l’istituzione assegna a sé stessa. Non punitivo, né – nemmeno a dirlo – rieducativo secondo Costituzione. No: il fine che si respira in quel posto altro non è che un, mi si passino i francesismi, facciamo in modo che questi quattro bastardi non creino casini e si arrivi in pace a fine turno. A questo fine e al suo perseguimento è volta l’intera organizzazione, che deve essere ferrea alla vista, ma con una catena di comando e un regolamento vaghi, sì che l’arbitrio possa facilmente intervenire e aggiustare in corso d’opera eventuali rigurgiti di personalità da parte dei ristretti o deviazioni pur minime dalla normalità quotidiana. Con una massa, è normale e persino doveroso fare così. Non sia mai che vengano loro grilli per la testa e si mettano a pensare cose sconvenienti, addirittura, che ne so, che anche con tutte le loro colpe e le loro mancanze restano possessori di una dignità inalienabile, indipendente persino da loro stessi.
Ecco, tornando a che cosa è successo in questi mesi, mi sembra che al netto di lotte sottotraccia di cui noi difficilmente verremo a sapere qualcosa prima di una generazione, quello che a livello visibile è successo altro non sia che un attacco di panico generale che ha colto l’intera classe politica occidentale. Perché? Perché la democrazia a suffragio universale è un gioco interessante e appassionante, ma è per l’appunto un gioco. Perché i governanti continuano ad autoselezionarsi e cooptarsi tra gruppi ristretti ed ereditari; e quelle che noi chiamiamo votazioni ed espressioni di volontà popolare sono in ultima analisi plebisciti a targhe alterne. Noi, i governati, siamo per le classi dirigenti un problema contenitivo, come i ristretti per l’amministrazione penitenziaria. Ma non perché ci vogliono male, semplicemente perché il loro problema è continuare a godere della propria posizione senza incorrere in inconvenienti del tipo di Carlo I o Luigi XVI. Con il Covid, la classe governante si è trovata di fronte a un problema serio, molto serio, che in alcuni casi gravi come la Lombardia è del tutto sfuggito di mano e che ha costretto i gestori del potere ad allinearsi su una posizione di durezza paternalistica, funzionale a contenere un sommovimento sociale cui non erano abituati. E se come sembra certe modalità di rapporto sociale forzosamente cambiate resteranno norma, a guidare le intenzioni chi tali cambiamenti li indirizza non è chissà quale cospirazione, ma questo fine contenitivo. Per la classe dirigente il singolo e la sua felicità sono un accidente tollerabile e magari persino auspicabile in certi animi filantropici, ma non è certo il fine. Soprattutto, non è lontanamente inteso il nesso tra felicità e libertà, quel particolare tipo di libertà che non è libertà dilibertà da, ma – come direbbe qualche cattolico reazionario e fuori moda – è libertà per. La realizzazione del singolo, lo sprone e il sostegno a che il singolo cerchi la propria realizzazione con e nella società, non sono nell’orizzonte né di queste élite, né di tanti che a un sistema crollante e pieno di falle come il nostro amerebbero sostituirne un altro, sia esso fatto di legge e ordine o di uguaglianza e lavori pubblici. In entrambi i casi, viene riposta una fiducia estrema e infondata in un sistema: un sistema che, per dirla con Eliot (un altro difetto degli incolti è che quella volta nella vita che che leggono un autore poi lo citano sempre), sia talmente perfetto da rendere innecessario l’essere giusti.
A memoria mia e della mia ignoranza, c’è solo una costituzione al mondo che mette a suo fondamento il diritto del singolo a ricercare la felicità. E forse è di questo che dovremmo domandarci nelle nostre discussioni – prima di spargere in giro scomuniche etiche e morali a soggetti che nemmeno conosciamo. Domandarci che cosa conti per noi la felicità dell’altro e se ci piacerebbe, se davvero vorremmo, una società tesa a questo fine, che fondi la sua scommessa sulla libertà integrale del prossimo e sui legami affettivi tra i membri che ne fanno parte. Una società che si fondi sul singolo libero e sul suo nesso necessario con la comunità, e non su una massa fatta di individui astratti e anonimizzati. Quale sia la cosa più desiderabile, a noi menti ristrette, sembra chiarissimo.

 

Un pensiero riguardo “Cospirazioni, carceri e felicità

  1. paola tonussi 23 maggio 2020 — 11:28

    ciao Daniele! grazie!!XX smack

    Paola

    ________________________________

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