Di materia e di destino

La strada. La strada che non cambia, i metri percorribili contingentati, razionati dalla normativa. Un fastidio che si dice, che si pensa e si scrive, ma che dopo tanti giorni in realtà si è fatto quasi nominale – di principio. E quale sia il perché, lo decida il nostro analista interiore prediletto: se il fastidio sia sfumato dalla resilienza che sorprende e detta nuove strade, nuove forme; o se sia invece annichilito dall’animalità, dalla capacità dell’uomo di farsi ratto purché siano salvi la pelle e la pancia.
Insomma, si sta male e si sta bene e si sta male. Lo si vede soprattutto nei discorsi, nei bizantinismi ritrovati, nelle dispute che in meno di un amen cancellano l’aspra, la pietrosa esattezza della frase che appena avevi assaporato e tornano a curvarsi: non più l’oggetto come fine ma te & me, il rapporto, la relazione. Si sta male e si sta bene, e in questa sospensione irreale, di un’irrealtà senza magia, si riesce ancora a fingere la vita, ancora a fingere che il mezzo viva indifferente al fine, che bastino un ripensamento, un’organizzazione nuova a restituire un contenuto vecchio e fuori corso.
La vita cambierà, dicono i chiromanti della rete, e i segni paiono mostrarlo. E mentre stiamo qui a foggiare previsioni, schizofrenando tra un «niente sarà come prima» e un «quando tutto sarà finito», quello che più ci fa paura è il crollo delle forme, delle abitudini sociali che vivevano per noi, prima di noi, di quegli abiti d’azione assunti e mai considerati, mai contestati o presi nella loro tessitura, nel nesso dell’istante con il suo passato e il suo destino.
Ché di destino non si parlava già prima, da un secolo almeno, né si parlerà dopo. Come lo so? Lo so perché non ne parliamo adesso, neanche adesso che c’è da decidere se vivere o morire, e cos’è vivere, e perché, per chi… Adesso che dovremmo chiederci se chiudere nel cesso una generazione, privarla del conforto degli affetti, lasciarla morire da sola per evitare il rischio che muoia – che faccia cioè il suo corso naturale, con una naturale vita intorno; adesso che dovremmo chiederci se tutto questo ha un senso, e se ce l’ha, perché, per chi; nemmeno adesso, no, nemmeno adesso siamo in grado di guardare all’ora presente giudicando il passato e presentendo un destino.
Così, mentre ci crollano d’intorno forme e modi di vita, mentre la tecnica detta senza pensiero e senza scopo cosa fare, adesso, proprio adesso, chiediamoci una volta come il salmo cos’è l’uomo. Chiediamoci una volta cos’è l’uomo e rispondiamo, diciamoci se è solo questo corpo, questa materia inerte che portiamo indosso, numerata, pesante come piombo. Chiediamoci se basti per davvero questo presente eterno a dire cosa siamo e che speranze abbiamo, o se la vita gridi in sé dell’altro, un’ombra di destino, di leggerezza.

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