Gian Paolo

Era un mattino di primo ottobre, più di vent’anni fa, quando a Gian Paolo gli prese l’ictus. Nessun clamore, nessuno svenimento – a Gian Paolo era sempre piaciuto un certo understatement. Soltanto, dal risveglio, un veloce e progressivo intorpidirsi, il lato sinistro del corpo via via più inerte, più duro, marmoreo. Medico, ambulanza, ospedale – la prassi, a quei tempi non prevedeva investimenti in preghiere. Poi il lungo tempo delle attese, degli istanti dilatati, delle ore che si facevano giorni, la scuola dimenticata, la fabbrica pure.
Un mese o poco meno e, chi l’avrebbe detto, Gian Paolo era a casa e un pochino – ma un pochino che apriva speranze – muoveva la mano sinistra.
Poi anche l’ictus, come tutto negli anni prima e come ancora nei cinque che restavano (ma noi non si era veggenti né sciamani, non sapevamo né passato né futuro), come tutto negli prima e in quelli a venire, anche l’ictus passò, e il braccio che si muove, da miracolo indagato un centimetro alla volta, divenne a poco a poco cosa fatta, ordinaria, abitudine. Restavano i moniti, quei moniti dovuti al colpo duro e a un corpo stanco, già corroso da vent’anni di battaglie. Restava il monito dei moniti, basta col fumo, basta sigarette.
In casa, solo mentre il mondo intorno andava a costruire, a lavorare, in casa solo e senza attesa, senza più battaglie – anche l’acquisto delle case per il quartiere, la trattativa con lo Iacp per fare proprie quelle mura affittate per anni, anche quella battaglia era ormai vinta, ormai alle spalle. Il riposo del guerriero, a 57 anni, dopo vent’anni di battaglie con la vita incise sulla carne operazione dopo operazione, cicatrice su cicatrice.
Casa, riposo e moniti. Salvaguardarsi. Casa, riposo, moniti e d’intorno un mondo occhiuto di affetti occhiuti e preoccupati, di moniti viventi – basta fumo, basta sigarette. Fumare di nascosto, chiuso in bagno, alla finestra, a 57 anni. Per vivere un giorno in più, forse – perché a quei tempi la prassi non prevedeva investimenti in preghiere. Cinque anni a riguardarsi, quattro anni e mezzo, anzi, finché una notte, una notte tiepida di marzo, anche riguardarsi smise di bastare, senza clamori – come sempre, con understatement, per semplice mancanza di pressione. Respiro fermo. Corpo marmo. Calce. Muro.
Dopo quel tempo, sì, anche pregare un po’ divenne prassi – non patrimonio ma moneta.
Senza più moniti. Con rischio. Con timore. Con amore.

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