L’undicesima ora

Che cosa ci stiamo perdendo?
Si sentono più forti, negli ultimi giorni, voci diverse, argomenti altri, rispetto al contenimento dell’epidemia, all’attesa taumaturgica che qualcosa – sa dio cosa – ci convinca a rivedere le misure di cautela, a valutarne gli effetti. Voci che parlano su tutti la lingua bruta della fame, la preoccupazione per una devastazione del tessuto economico e, prima ancora che ciò avvenga su larga scala, la preoccupazione per la tenuta delle comunità là dove già s’incistano i primi focolai d’indigenza. Così al ballo surreale delle cifre, alla conta sciacallesca dei morti, vilipesi nel ricordo dopo esserlo stati nel corpo, da qualche giorno finalmente si affiancano altre voci che si chiedono a che pro tenersi in vita per non avere una vita.
Ma c’è qualcosa che non torna, in fondo, e la sacrosanta concretezza delle ragioni della fame è in fondo ancora il campo da gioco dell’economia, dai suoi maggiorenti prontamente cavalcata perché la macchina possa tornare in moto il più in fretta possibile e il più similmente possibile a prima. Ora, se c’è qualcosa di cui sono stracerto è che le vette dell’intuizione spirituale passino dall’esperienza della carne, e che il dramma e la grandezza dello spirito occidentale stia proprio nel costante camminare su questo crinale: evviva quindi le ragioni della fame, se ci mostrano che a vivere non basta preservarsi – che anzi è inutile, se non c’è una vita a nutrire la vita.
Ma appunto perché ogni atto e ogni pensiero nascondono una tensione più pura, una caccia al non-visto, qual è il non-visto che cerchiamo, quando ci preoccupiamo della spesa, dell’affitto, del lavoro? La vita è allegoria, non simbolo. Quindi, anzitutto, è proprio della spesa, dell’affitto e del lavoro, che ci preoccupiamo. Non posso però non pensare, riguardo al lavoro anzitutto, che dentro queste preoccupazioni ci sia un’istanza più profonda; che ciò che bramiamo desiderando la fine di questa quarantena non sia l’apericena o la possibilità di pagare i conti sospesi, quanto anzitutto la possibilità di con-creare, la possibilità di operare nel mondo e sul mondo.
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che usci all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna». Questo è il vangelo di Matteo (20, 1-16), chi vuole vada a leggere. Si racconta di questo padrone, che più volte durante il giorno raccoglie gente per la giornata, fino all’ora undicesima, le cinque del pomeriggio. E che alla fine della giornata, cominciando dagli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto, dà a tutti la stessa paga. Non, attenzione, dando ai primi meno di quanto stabilito. Ma dando agli ultimi più di quanto proporzionalmente fosse logico aspettarsi. La storia è nota: i primi s’incazzano e gli ultimi godono, entrambe le schiere senza capire la loro sorte. Ma perché, secondo il padrone, quelli che avevano lavorato tutto il giorno sbagliavano a mugugnare, qual è la fortuna che non avevano capito né, quindi, sfruttato? È quella stessa fortuna per cui tanti di noi chiusi in casa cominciano a smaniare, che è qualcosa di previo e al di qua della giusta mercede: è la possibilità di fare. È il privilegio di lavorare e, lavorando, di costruire, di mettere mano al mondo, di plasmarlo a dispetto del potere. Perché in ognuno alberga la necessità di essere utile, di incidere la propria firma nella storia, e il lavoro è il primo e più naturale dei mezzi per farlo. A dispetto del potere, perché nessun potere può rendere inutile anche la più infima azione del singolo, se questa azione è offerta per la casa comune. Perciò stiamo attenti, nella contingenza, nella necessità del qui e ora, a lasciar fare al potere sulla strada già da decenni intrapresa. Ci servono gli aiuti, ci servono qui e ora, ad altri più che a me senz’altro. Ma quello che ci serve sopra tutto, quello che ci serve in prospettiva non è un reddito di cittadinanza, ma libertà di lavorare; non dell’argent de poche per stare quietamente al servizio del potere, ma sostegni reali e concreti alla possibilità di lavorare, in primis la libertà di muoverci, di intraprendere, di industriarci. Non è casuale, se nel lessico comune non si parla più di industria, ma di capitalismo: la prima è legata all’opera, alla dimensione umana, e la giusta mercede è il mezzo per poterla svolgere, non il fine.
Non lasciamo che anche questa battaglia si svolga sul campo di gioco del capitale. Chiediamo aiuti, certo: ma soprattutto chiediamo libertà.

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