Jeffers, “Cassandra”

Quando la luce sfuma e tutto il mondo conosciuto si scontorna, resta almeno un compito, una barra da tenere. Le parole, amare le parole, amarle in quanto forma della mente. Sentirne il corpo, percepirne il suono e il ritmo, riplasmarle e farle respirare, farne sangue.
E nei momenti di grazia, incontrare per caso o per destino altre parole, un’altra voce che attraversa tempo e spazio per parlarci. Così, in questa sera mezza grigia e mezza nera come ormai sono le sere, mi viene in soccorso la voce di Robinson Jeffers – e così, tentando come sempre, mi aggrappo alle sue parole riscrivendole nella lingua che mi ha cresciuto.

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Cassandra (1948)

La donna pazza con lo sguardo fisso e lunghe dita bianche
arpionate alla pietra del muro,
i capelli stracciati e la bocca che stride: che importa, Cassandra,
se la gente si beve la tua fonte amara?
Davvero gli uomini odiano il vero; più amato per loro
incontrare una tigre per strada.
Per questo i poeti addolciscono il vero che danno mentendo; ma i venditori
di religioni e i politici
versano dalla botte nuove bugie sulle vecchie, e sono lodati di grande saggezza.
Oh, povera cagna – sii saggia.
No: ancora mugugni in un angolo un torsolo di verità,
agli uomini e a dio disgustosa. – Tu ed io, Cassandra.

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