And all shall be well

Che posso dirvi, io, se non vi manco? A ognuno manca ciò che manca, in fondo – a chi la vita il desiderio la curiosità dell’altro, a chi la morte.
Che cosa manca a me, stasera? Stasera che la fuga dal coprifuoco mi accompagna oltre l’incrocio – dio, la trasgressione! – fino alle spalle della chiesa, quella chiesa piatta e brutta come un garage che mi ha visto bambino a catechismo e poi mai più, mai più per anni. Che cosa manca a me, stasera?
È Londra, è il luglio del 2019 – la ricca e finta bohème di Paddington, dove sta il mio dormitorio. È luglio, è sera, e sono solo, così vado a cenare dietro l’angolo, nel ristorante italiano che ha quel bel cortiletto all’aperto… Vado, e il solo tavolo libero è a un tiro di avambraccio da quello accanto a me.
Le guardo di scorcio, fingendo di far altro: bionde, graziose, pacate di una pacatezza grave, come di chi porta un peso d’abitudine. Le due parlano fitto, bionde e graziose, parlano fitto ma pacate – io non le ascolto, mi accontento del ritmo, del suono delle loro voci che s’intrecciano, mentre rileggo appunti dal quaderno, ma più attento al loro ritmo che ai miei segni.
Finché il ragazzo che serve mi porta l’insalata che gli ho chiesto e lei, quella sui quarant’anni, sorridendo chiede: «Mangi solo quella? È troppo poco!» Guardo la sua accompagnatrice, quella sui dieci anni, e leggo nei suoi occhi lo stesso rimprovero. Sorrido e mi difendo, dico che in cinque giorni a Londra ho mangiato chili di carne – mi chiedo come possano sopravvivere, con la quantità di carne che ingollano – e che il mio povero corpo non ce la fa più, che ha davvero bisogno di una sciapa insalatina. Ridiamo assieme, poi l’angelo che porta il silenzio ci accarezza e fa tornare ognuno nel suo guscio.
Ma a quella sui quaranta non va bene. Un sospiro. Poi ad alta voce, fissando un punto a mezza strada tra il mio gomito e quello della bimba, riprende: «Eh, oggi è stata una giornata lunga…» e volge gli occhi in fronte, a interrogare la bambina che annuisce. Quindi continua, e mi racconta di un intero giorno in ospedale a fare esami a Toby – quello il nome della figlia, lei, la madre, è Helen. Un giorno intero a fare esami per qualcosa che non sanno – e siccome Toby è stata brava e coraggiosa, invece di prendere subito il treno e tornare a casa, ecco il premio: restare a dormire a Londra, che a casa da papà Chris e dal fratello Adam si può ben tornare l’indomani.
È un quarto d’ora o poco più, ma diventiamo amici. Per sempre. E mentre Helen insiste per offrirmi la cena, mentre due vite inaspettate si intrecciano con la mia e la mia con la loro, sento che non posso andarmene senza un regalo a Toby. Sul tavolo ho i Quartetti di Eliot, si può regalare un suo verso a una bambina di dieci anni che potrebbe non vedere gli undici? Dico a Toby di fotografare i versi, e di non preoccuparsi se non ne capisce tutta la profondità, perché sua mamma li custodirà per lei finché sarà grande abbastanza. E che comunque, anche senza capirli troppo, può sentirli, può trovarli belli – e leggo, leggo le parole che Eliot rubò a Giuliana di Norwich, le sue parole di speranza e attesa, di rischio e desiderio. And all shall be well – andrà tutto bene, sì, all shall be well/ and all manner of thing shall be well – ma non per nostra grazia, per grazia altra, se faremo più puro il motivo, il terreno per cui supplichiamo. And all shall be well/ And all manner of thing shall be well/ By the purification of the motive/ In the ground of our beseeching.
Toby sorride, sa dio quanto capisce ma è contenta del regalo – ed è mia amica. Le dico di aver fede, che il mondo non va a caso e che quel nostro incontro non andrà perduto. E che sì, all shall be well, quando ci incontreremo un giorno ancora in un domani eterno – e ci racconteremo la bellezza dura di questa nostra vita, quando potremo raccontarci chi, come e dove abbiamo amato, dall’impurità dei nostri motivi, dal terreno incolto della nostra supplica.

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