Intellettualismi

Sì, che cosa abbiamo perso? Fin troppo facile pensare a Eliot: che cosa abbiamo perso tra informazione e conoscenza? Information overload sembrava un’espressione da addetti ai lavori – perché i problemi, quando gli si dà per primi un nome e si tenta di ordinarli, paiono sempre cose da tecnici, o da “fissati”. E così – sovraccarichi di informazioni – non ci interessa più la conoscenza. Due gli atteggiamenti soliti: o inseguire informazioni su informazioni su informazioni, tracciare una linea, districarsi a fatica tra sapere e percezione di non sapere, fino a soccombere e rinunciare; o – con taglio più netto alla radice – assumere la versione dominante come buona e preoccuparsi solo, eventualmente, di ciò che questa versione suggerisce come preoccupante. In entrambi i casi: informazioni, non conoscenza.
Intellettualismi, certo. Come se per esempio tutti cominciassimo a pensare e convincerci l’un l’altro che l’anima non esiste: sarebbero stupidi – o complottisti, o noiosamente e stancamente intellettuali – quelli che continuassero a preoccuparsi dei problemi dell’anima. Facile con le cose invisibili. Ma si può fare anche e bene con quelle visibili. Quando e come il diesel è diventato un obbrobrio? Quando il sesso biologico è diventato una percezione e non una inevitabile realtà? E l’olio di palma, di colpo sparito da qualsiasi prodotto? È il delitto perfetto: così sovraccarichi di dati – nemmeno di informazioni, perché le informazioni hanno appunto una forma, informano i dati che usano – ecco, così sovraccarichi di dati ci stanchiamo, rinunciamo. Ed è giusto, perché dobbiamo pur vivere e la natura ci ha dotati di uno strumento eccezionale per non dover ricominciare daccapo ogni volta che si tratti di sapere qualcosa: quello strumento che è la conoscenza indiretta, e per valutare la quale abbiamo in noi un altro strumento eccezionale, la capacità di certezza morale riguardo a chi quella conoscenza indiretta ci fornisce.
Intellettualismi, certo. Perché è secondario sapere se le azioni che compiamo, i pensieri che pensiamo, siano o meno fondati sulla realtà. La biologia prima di tutto. La biologia come sola realtà. La perversione della conoscenza indiretta: chiudere gli occhi e smettere di giudicare l’attendibilità di chi la porta, o la concordanza di quanti sarebbero in grado di portarla su un medesimo argomento. E così, chiudendo gli occhi, liberissimi o presuntamente tali, responsabili e caritatevoli – perché nessuno di noi è brutto e cattivo e vuole-mandare-i-vecchi-a-morire – ecco, così, chiudendo gli occhi, scegliamo la narrazione più comoda, ci facciamo scegliere dalla narrazione più comoda, meno distonica, meno disturbante. Perché la verità è secondaria, e la libertà non ha alcun nesso con la verità, meglio stare tranquilli, inutile fare gli intellettuali.
Guardo la strada vuota e conto i passi – troppi, ne ho fatti troppi, meglio rientrare. E mentre infilo ancora la chiave nel portone non vorrei altro che una sigaretta, un’altra, e un bacio.

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