Canto di donna

Scena d’esterno, appena dopo cena. Dire esterno è fuorilegge, la speranza è che il dio dei murati vivi mi conceda il tempo di un sigaretto e qualche centinaio di passi intorno ai giardinetti. Non troppo tempo fa di qui passavano bambini e genitori, ragazzetti si accasciavano sulle panchine a fissare il vuoto non meno di adesso – ma a fissarlo all’aperto, almeno. Il marciapiede che costeggia il viale è come una frontiera mentale, la stessa che a quattro anni, di mattina presto, attraversavo assieme a mia sorella, mentre mia madre andava in fabbrica: cinque del mattino, andare dalla zia a dormire ancora un poco, poi svegliarsi e andare, io all’asilo, M. a scuola – terza elementare e già era una madre, santa come una madre.
Cammino e fumo, i passi cerco di farli lenti e pieni, poggiando l’intera pianta del piede, approfittando del fatto che non c’è più fretta per fare bene quel che spesso si fa male – attento alla postura, alla propriocezione. Cammino e passo sotto le finestre del palazzo accanto al mio – chissà se dentro c’è una donna bella e semplice che canta. No, non c’è, so benissimo chi sono i miei vicini, la signora V. con il suo Alzheimer non è, non proprio, l’immagine sublimata della mia speranza. Ma mentre faccio il giro della piazza, mentre costeggio i giardinetti rallentando i passi, ormai mi batte in testa la speranza, quella speranza letta tanti anni fa in una bellissima poesia di Solmi e mai più scordata.
Canto di donna, mi ripeto, e tamburello i polpastrelli sulla coscia, conto le sillabe, schianto gli accenti, canto di donna che si sa non vista, ecco l’endecasillabo perfetto, rotondo – accenti di prima, quarta, ottava e decima. Canto di donna che si sa non vista/ dietro le chiuse imposte. La sicurezza, ancora. Dietro le chiuse imposte si può cantare, se nessuno guarda si può cantare, possiamo lasciarci a noi stessi, a quel punto di letizia e di mestizia che ci fonda – di cui ci vergogniamo. Canto di donna che si sa non vista/ dietro le chiuse imposte, voce roca/ di languenti abbandoni e d’improvvisi brividi scorsa. Ci fosse, adesso, distante dai miei passi rallentati ma vicina abbastanza da sentirla, ci fosse una simile voce! Voce del desiderio, che non sa/ se vuole o teme – e noi chi siamo, qui e adesso, in questo inizio d’anno distopico ma in fondo immaginabile, chi siamo, a chi e a che cosa ci votiamo? La morte vela come nebbia il quadro, i suoi rapporti interni, confini e colori. Non è tempo di stupore, né di carne. Eppure. Come te l’accesa carne/ parla talora, e ascolta/ sé stupefatta esistere.
E mentre infilo la chiave nel portone non riesco a non chiedermi ancora, che cosa, che cosa ci stiamo perdendo?

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