Il gesto di Violaine

Violaine lo guarda, guarda il maestro Pietro di Craôn e si commuove. È bello stare con lui, bello sentirlo parlare. Quasi un peccato, che lei sia innamorata così semplicemente del semplice Jacques Hury. Quasi un peccato non poter riamare con la stessa passione quella passione che Pietro le mostra e che lei apprezza. Perché il maestro Pietro è un uomo interessante, affascinante, che ha visto tante cose e tante ne fa. E perché è così debole, così fragile e pieno di bisogno, nel goffo amore che le porta.
Così Violaine lo guarda, lo considera, come lui considera lei. E dal suo cuore di ragazza, dal suo corpo di diciottenne piena di vita di grazia e d’ardore, sfugge un bacio. Un bacio lieve e furtivo, due labbra che si commuovono su altre due labbra. Una commozione e una condanna.
In questi tempi isterici di profilassi emergenziale, ci spaventiamo l’uno con l’altro e imitiamo vicinanza e rapporti ben protetti dalla cornice dei social. Distanti ma uniti, dicono i rimbombi della tv, distanti ma uniti – come se a parlarsi fossero persone divise dal destino e non da una cieca e irrazionale sopravvalutazione della vita-in-sé. Tutto è sospeso, tutto annullato, in un’inversione di mezzi e di fini che senza colpo ferire, senza che si levasse qualche reale obiezione, ci ha spediti tutti sotto una campana di vetro, ad allungare di un giorno o di cento una vita evidentemente già sepolta – se così facilmente abbiamo saputo rinunciarvi.
Non c’è da essere virologi, non c’è da essere complottisti, né da negare l’oggettiva serietà e gravità dell’infezione. È un altro il piano che mi interessa, ed è l’accettazione quasi supina della sospensione di ogni vita, di ogni politica – intesa aristotelicamente come categoria fondante della nostra antropologia, del nostro essere uomini. Non è questione – non solo, di distruggere un tessuto economico, o dei costi sociali e umani incalcolabili che dovremo affrontare se e quando questa pandemia sarà passata – se e quando decideremo che sarà sufficientemente passata. Perché non esistono scelte tecniche, ma solo scelte politiche – più o meno consapevoli – e le scelte politiche sono traduzioni di concezioni antropologiche, traduzioni di ciò che uno pensa di sé, di quelli che ha intorno e del senso del vivere. È per una concezione di sé e del senso del vivere che Violaine bacia Pietro e – non sapendolo – si condanna alla lebbra. È per questa concezione che magari maledirà mille volte le conseguenze di quel gesto di affetto e libertà semplici – perché il dolore fa male e fa paura, l’esclusione dal consesso umano fa male e fa paura – ma non maledirà mai quel gesto, quel momento, quel dono di sé offerto alla commozione per un uomo che le stava davanti e che l’amava. E noi? Tutti a ripetere sui social, come bravi soldati, le parole d’ordine, gli slogan da infanti (“andra tutto bene” – e perché? Perché lo speri?), a fare i conti con un totalitarismo sanitario autoimposto per cui il rischio di morire è più importante del rischio di vivere.
E non è colpa del virus, oh no… Il virus non fa che svelare ciò che ci rode il cuore e quello straccio d’anima che conserviamo: la paura di perdere quella fottuta vita iperprotetta nella quale accettiamo di aspettare la morte, una vita iperprotetta che è già la morte secunda di cui dice san Francesco nel Cantico. La vita iperprotetta e calcolata che mai ci potrà far dire come ad Anna, il padre di Violaine, che la vita non vale se non per essere spesa, per cercare sé stessa negli occhi di un altro, nella sua pelle, nel suo alito.

 

2 pensieri riguardo “Il gesto di Violaine

  1. Peter, you betray me with a kiss…
    Ciao Daniele, sai da dove proviene questo verso? È un’opera che mi ha cambiato la vita.
    Abrazos

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    1. No, da dove? L’ultima volta che ho sentito una frase simile era indirizzata a Giuda…

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